Recensione: Max Gazzè, “Sotto casa”

Torna Max Gazzè, tra canzone d’autore, esternazioni folk, passione per il rock, per le ballate pop-rock, per il reggae e per un po’ di elettronica (in percentuale molto minore rispetto al resto della sua discografia). É un Gazzè certamente ancor più maturo (non che ce ne fosse bisogno) e che quindi può permettersi di girovagare da un genere all’altro in questo Sotto Casa, lavoro composto da dieci tracce, uscito in concomitanza con l’ultimo Festival di Sanremo. Testi come sempre molto ispirati, mai banali, storie vere e realistiche, riflessioni di un uomo di quarant’anni che ormai ha il suo bagaglio dietro. Un disco che segue comunque dei fili comuni: nonostante i frequenti cambi di ritmi e generi da una traccia all’altra, la pasta sonora e l’idea di canzone che stanno sullo sfondo sono sempre le medesime. È un album tecnicamente raffinato, suonato da musicisti che non risultano mai invadenti e mixato in modo da non essere mai invasivo e sempre in equilibrio con una delle voci più particolari del panorama pop italiano.

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La “soluzione” di Napolitano.

Il Presidente si è espresso alla maniera delle vecchie supercazzole, è indubbio. Proviamo un riassunto: governo tecnico di garanzia con spinta politica più larga possibile. Cioè: fare le leggi fondamentali in questo momento (tipo la legge elettorale) e continuare a seguire il percorso economico di crisi intrapreso dal governo Monti, visto che altri sono di difficile concepimento. Altre leggi sarà impossibile farle, tipo quelle sul conflitto d’interessi o sull’ineleggibilità. I grillini potevano fare asse col Pd su questi temi e hanno perso l’occasione, ributtando Berlusconi in pista e facendo chiaramente capire di chi è amico Casaleggio.
Alla fine ci sarà una personalità tra il tecnico e il politico (Monti bis o qualcuno lì vicino) con un governo a fiducia Sel-Pd-Pdl-Lega con i grillini che faranno opposizione e voteranno soltanto se il menù sarà di loro gradimento. Durata prevista: meno di un anno, poi tutti al voto, con una legge elettorale nuova ed un elettorato, speriamo, più sveglio e meno offuscato dalla parabola del MoVimento 5 Stelle, altrimenti detto Forza Italia 2.

Live Report: I Ministri, 15 Marzo 2013

Sold out e muri sudati (per davvero) al Blackout Rock Club per il ritorno de “I Ministri”, trio (quartetto dal vivo) milanese che unisce punk, Foo Fighters e Black Sabbath (dopo aver proposto “War Pigs” per un tour intero, la citazione – nascosta – stavolta è stata per “Hole in The Sky”). Era la prima di presentazione del nuovo giro di concerti legato alla recentissima uscita di “Per un passato migliore”, quarta fatica long-distance dopo “I soldi sono finiti”, “Tempi bui” e “Fuori”, lavori che hanno portato I Ministri ad essere una delle band underground (mica più tanto) seguite in Italia.

http://romapost.it/index.php/spettacoli/item/740-i-ministri-superano-lesame-di-laurea#.UUcS75jELHa

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Rischio autoritario, membri autoritari.

Pochi giorni fa (lo leggete sotto), ho scritto del rischio autoritario insito nel Movimento 5 stelle, rispetto alla gestione Casaleggio-Grillo. Ieri Roberta Lombardi, prossima capogruppo grillina alla Camera, ha dovuto fare una bella marcia indietro rispetto ad un suo post apparso sul suo blog, che recitava: “Prima che degenerasse, il fascismo aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello Stato e la tutela della famiglia”. Prima che degenerasse, eh…

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Grillo e il rischio autoritario

Numeri e analisi lo hanno confermato: il Movimento 5 Stelle è il primo partito d’Italia in questo primo scorcio del 2013. Inutile andare a ricontare i voti: alla Camera, cioè nel ramo del Parlamento in cui votano tutti gli aventi diritto, i grillini hanno ottenuto il numero più alto di preferenze. Al Senato è andata un po’ diversamente, segno che i giovani hanno avuto un sicuro impatto su questo risultato. E molto giovani sono anche tanti candidati eletti nelle liste del Movimento, tanto che questa legislatura, proprio per merito del M5S, sarà una delle più giovani a livello di scranni occupati nelle due camere. Giovani e spesso inesperti: ha fatto sorridere e, da un certo punto di vista, anche indignare il video della neo-eletta grillina che tirava a indovinare il numero di deputati e senatori: come nella tradizione delle peggiori Iene televisive. Si diceva dell’inesperienza e anche, perché no?, della assoluta incompetenza di molti neo-eletti.

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http://www.opinione.it/politica/2013/03/01/strina_politica-01-03.aspx e chiaramente sul cartaceo de L’Opinione in edicola!

ex-voto

L’Analisi

Il quadro politico italiano è uscito fortemente scosso dalle prime elezioni di febbraio della storia repubblicana. Finisce che Grillo è il vero vincitore della tornata, con il suo M5S primo partito in termini assoluti: per questa valutazione ci affidiamo infatti al conteggio dei voti per la Camera dei Deputati, organo per cui si esprime la totalità degli elettori, senza la decurtazione della fascia 18-25. Nel ramo più ampio del Parlamento infatti Grillo e i suoi ottengono il 25,55%, il Pd il 25,42%, il Pdl il 21,56%. Chiaramente poi la legge elettorale, che permette coalizioni di più partiti, in qualche modo mitiga “visivamente” questo risultato, ma l’esito è assolutamente rilevante. Se Grillo vince, il Pd e la sua coalizione Italia Bene Comune risultano come gli sconfitti della due giorni di voto. Il Pd non raggiunge quel 30% di partito che sarebbe necessario per affermarsi come grande forza anche a livello europeo, e la coalizione in toto non raggiunge neanche quel 35-40% necessario non solo per poter governare, ma anche per avere un minimo di sostegno popolare. Alla Camera e al Senato, con la legge elettorale attuale, puoi essere maggioranza relativa di molto e prendere la maggioranza assoluta dei seggi, cosa che è accaduta. Per Bene Comune, ad esempio, è sicuramente importante avere 340 seggi alla Camera, ma se si raccolgono le preferenze di neanche un terzo del paese è impossibile riuscire anche nell’impresa della rappresentatività, sfida primaria di qualunque forza politica.
Sul versante di centrodestra è invece da sottolineare il grande recupero di Berlusconi. Il Pdl non vince ma blocca, andando anche oltre le sue più rosee aspettative, qualunque movimento al Pd con Bersani che finisce con le mani legate. Sicuramente la Casa delle Libertà voleva almeno imporre un quasi pareggio al Senato, conscio che, alla Camera, andando con un solo voto sotto avrebbe regalato la maggioranza agli avversari. Era evidente quindi la speranza dell’ex premier di imporre una situazione di stallo nel ramo “anziano” del Parlamento e la missione è riuscita.
Fallisce nei suoi intenti la coalizione centrista imperniata su Mario Monti: i circa 10 punti percentuali ottenuti sono una riserva in teoria discreta ma al momento poco pesante in termini di seggi, e da un cartello creato sull’asse di un governo così “duro” non ci si poteva aspettare un risultato tanto migliore.
C’è poi un ulteriore attore da tenere a mente. Fatto salvo il grande consenso a Grillo, bisogna considerare che, in questo caso, la percentuale dei votanti è stata pari al 75%. Sembra, ed è, una percentuale alta, se raffrontata agli altri paesi occidentali (un esempio? Nel 2010 in Gran Bretagna ha votato meno del 40% degli aventi diritto alle politiche). In Italia però questo 75% è un record negativo: negli anni ’70 votava circa il 90%, dagli anni ’90 c’è stato un calo che però ma la percentuale dei votanti non era mai andata sotto l’80%. Significa che c’è un grosso gruppo, pari ad un quarto degli aventi diritto, che forma il partito del non-voto. Persone che non ci credono più e non ritengono utile neanche sprecare la mezz’ora necessaria per andare al seggio. Di certo alle ultime amministrative questo dato era emerso: si era dibattuto, se ben ricordate, sull’elezione di Crocetta in Sicilia. Eletto presidente sì, ma con un’affluenza ed una percentuale di voti così bassa da essere considerato come la carica eletta con voto diretto meno rappresentativa d’Italia. Primo quesito: senza i 5Stelle, quale sarebbe stata l’affluenza reale? È vero che i grillini hanno pescato voti di qua e di là: molti elettori radicali delusi e molti delusi e basta, che neanche hanno visto troppo il programma e hanno dato un voto di protesta. Grillo rappresenta in questo caso un grosso contenitore, dentro cui sono finite anime molto diverse tra loro e che hanno votato M5S soltanto per dare un “segnale”.

Governabilità?

Il quesito vero però ora riguarda la governabilità del paese. Alla Camera, come detto, la coalizione Pd-Sel-Centro Democratico ha la maggioranza, grazie alla legge elettorale. La stessa legge elettorale però dà una maggioranza solo relativa alla medesima coalizione. Quali sono gli sbocchi possibili?
Al Pd (ed al suo candidato premier), in quanto prima forza della coalizione di maggioranza relativa, spetta l’onere e la responsabilità di salire da Napolitano come forza promotrice di un nuovo governo. Bersani, per formare un governo, deve cercare l’appoggio di qualcuno. Numeri alla mano però non bastano i montiani: sarebbe stata la scelta più facile. Convinto Vendola, che forse non avrebbe opposto grosse opposizioni, almeno inizialmente, un governo con Pd-Sel-Centro Democratico-Monti sarebbe stato un carrozzone complicato ma passibile di sopravvivenza, magari tagliando fuori Fini e soprattutto Casini: il primo ha mostrato di avere una forza contrattuale pari a zero, il secondo difficilmente si sarebbe arreso a stare in coalizione con il governatore pugliese. Successivamente Vendola sarebbe uscito, permettendo lo spostamento al centro della coalizione governativa, con rientro di Casini e Sel in cauto appoggio esterno. Una bella situazione da Prima Repubblica. Il fatto è che però ora il Pd ha davanti due soluzioni, entrambe di difficile tenuta. Quella più complicata è l’accordo con i grillini, che ieri sera Vendola quasi paventava: il leader pugliese sosteneva la necessità di aprire un confronto con M5S. Difficile però che Pd e Grillo possano andare d’accordo, un po’ per le divergenze su tanti temi e un po’ perché Grillo sa che ora può spingere sull’acceleratore: il M5S esce come la grande chiave pronta a scardinare il sistema e non è pronto a prendersi responsabilità di governo. A ciò aggiungiamo una variabile: se si rivotasse a breve, i grillini probabilmente aumenterebbero i loro voti. La seconda soluzione che si apre al Pd è convocare il Pdl e fare un governissimo Pd-Pdl con appoggio di alcuni montiani a fare da elementi di mitigazione tra le due forze. In pratica una quasi riedizione del governo tecnico con persone diverse: anche qui siamo nel campo del molto complicato.

Quale soluzione?

Una soluzione finale possibile non c’è. L’unica cosa davvero auspicabile è il ritorno al voto dopo un governuccio che proponga alcune riforme, o almeno una sola riforma: quella della legge elettorale. Il problema è che, comunque, arriveremmo ad una situazione di sotto-rappresentazione. Con il paese diviso in quattro grandi aree (non-voto, movimentisti di protesta, centrosinistra, centrodestra), trovare un attore che possa porsi al di sopra delle parti è molto difficile, anche perché i partiti “tradizionali” sono in crisi di leadership e di consensi. A meno che non si ingrandisca il fronte del voto protestatario grillino ed arrivi a soglie stratosferiche, cioè intorno al 40-45%. Ma ve la immaginate voi una democrazia europea governata da una maggioranza di persone che vivono di voto di protesta? Il problema non è tanto nelle mosse del gruppo a 5Stelle (magari scopriremo un’armata di affidabili strateghi e grandi legislatori), quanto nell’umore dell’elettorato: quale può essere il progetto politico di una massa di persone tanto disomogenea e che ha votato più per il mal di pancia che per un ragionamento politico? Ci viene in mente che la risposta possa essere quella della democrazia dal basso, delle istanze nate e portate avanti in Rete, ciò che Grillo e Casaleggio vanno ripetendo da anni. Tutto molto bello, sempre che non diventi il tipico progetto di una oligarchia massonica e mascherata da qualcos’altro.

Ratzinger e la Nuova Chiesa #Papa

Si è dimesso Benedetto XVI. Se ne va dopo otto anni di un pontificato abbastanza anonimo e conservativo, ma d’altronde era quello che tutti si aspettavano da un Papa “preso” già anzianotto e che arrivava a dover sostenere il peso dell’ingombrante figura di Giovanni Paolo II. “Sarà un Papa-traghettatore”, “sarà un ponte tra l’era della caduta del Muro e la post-modernità”. Ratzinger è stato poco di questo, ha giocato d’attesa, ha affrontato sì il tema della pedofilia nella Chiesa ma in modo abbastanza riservato, per dare la sensazione della presa di coscienza senza creare però un “caso” vero e proprio. Più che un traghettatore, Ratzinger è stato un allenatore difensivo, un catenacciaro senza pietà. Se è impossibile vincere il Campionato, almeno si provi a rimanere in Serie A con dignità e senza rischiare. Perché la presidenza può spendere poco e si è ancora in cerca di giovani bravi che sappiano dare freschezza ed innovatività ad un gioco ormai stantio. Ecco, la presidenza ha deciso che si è stufata di aspettare e bisogna passare all’attacco. Perchè anche il catenaccio, prima o poi, cede di fronte al pressing asfissiante degli eventi e di una post-modernità sempre più all’attacco. Rimanere ancorati a quei pochi capisaldi tradizionalisti vuol dire soltanto rimanere indietro e perdere contatto con una realtà che schiera senza remore anche quattro punte contemporaneamente. E non sarà un semplice account su Twitter a far recuperare i metri perduti. La Chiesa cerca una svolta rapida, sarà suo compito decidere in quale direzione.

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Recensioni: The Perris, “Universi piccolissimi”

The Perris è la sigla che va dietro a una band a “gestione familiare”, fondata sul comune accordo dei fratelli Perri: Amedeo si occupa di chitarre, synth, drum machine e tastiere, Nicola idem (tranne che per le drum machine), Simona Borrillo (in Perri) si diletta con basso e voci e, dulcis in fundo, c’è l’unico non-Perri: il batterista umano Fabrizio Bertani. Iniziamo non dalla musica. Universi piccolissimi è stato al centro di un piccolo caso mediatico: l’operazione “Scommercial”. Questo disco infatti non solo non veniva venduto sul web ma, al contrario, premiava economicamente chi volesse scaricarlo, regalando buoni iTunes e Amazon agli utenti che andavano ad accaparrarselo. Il contrario del fund-raising e di altre menate che si trovano in giro oggi sulla rete, tutte facenti parte di quell’universo che parte dall’autoproduzione per terminare nell’autopromozione.

ontinua su

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All Blues

Spesso ho necessità di pensare, riflettere.
E allora vengo quassù, per vedere voi laggiù.
Sì, perché c’è bisogno di creare un paradosso per poter compiere un’azione degna di memoria.
Nel traffico notturno c’è un’automobile che salta su se stessa. Forse ragazzi che vanno o tornano da una festa. È tardi ma ancora non abbastanza, è incerto capire se vadano o vengano da.
Spesso quassù mi metto a contare gli alberi, e sono sempre meno.
Guardo le strade e le piazze tonde, vedo automobili parcheggiate in doppia fila. Si capisce anche da quassù che dentro c’è gente che parla, c’è chi si mette e chi si lascia, chi litiga e chi si riappacifica, chi fa progetti e chi li annulla. Qualcuno si gira una canna e butta il pezzetto di sigaretta rimanente dal finestrino. Qualcun altro è da solo, ascolta musica, ha le mani nei capelli. Uno è parcheggiato fermo e pare dormire inerme, ma è solo stanco e non vuole guidare.
In questo momento io sto quassù e guardo chi c’è laggiù.
Uno porta a spasso il cane e a un certo punto deve iniziare a corrergli dietro. Si sta facendo davvero tardi, perché uscire col cane con questo freddo? Ma il cane secondo voi lo soffre il freddo?
Un semaforo verde diventa rosso su una strada larga. Rosso non per tutti: uno passa veloce e rischia di falciare un gruppo di persone che sta attraversando.
Da quassù vedo una rissa da una parte, ma poi arrivano le macchine con le luci blu ed è tutto un fuggi fuggi. Arrestano solo il cane scappato a quel poveraccio di prima e lui smette di corrergli dietro e si fa i cazzi suoi, vai pure a vedere che gli tocca cadere tra le mani delle forze dell’ordine con l’aria del fuggiasco.
Poco vicino invece un altro gruppo di persone si muove ondeggiando qua e là. Un’ubriacata notturna generale. Attenti ai semafori.
Io sto quassù e vedo due ragazzi giovani che litigano in mezzo a una strada. Lui ha le mani vicino al petto e sembra dire “ma ti pare, io?”, mentre lei gesticola come se avesse visto la madonna a Fatima. Alla fine lei se ne va incazzata, lui le corre dietro, si abbracciano, poi non capisco se parlano soltanto o si stiano baciando, io sto quassù.
Sto quassù per compiere il mio paradosso.
Mi fermo qua quando voglio pensare, riflettere. È come se stessi su un aereo che va piano piano. Sotto vedi la città, e la maggior parte delle cose non le vorresti vedere.
Ringrazi i palazzi, perché evitano di farti vedere quello che succede dentro le case, di gente che si tira i piatti, di gente che finisce le storie, di gente che prova a finire la propria vita e quelle degli altri.
La coppia dei litigiosi ha fatto passi avanti, nel senso che a camminare indietro rischi di cadere.
È quasi mattina, l’alba incombe.
Il turbinio di macchine è quasi esaurito.
Da una di queste esce finalmente una lei, ha il viso scuro. È come se avesse discusso con lui per tutta la sera. Lei se ne va triste e sconsolata, ma la macchina di lui non si muove. Lei torna al cancello, lui scende e le si avvicina. Tornano a parlare e capisci che per loro due sarà anche una lunga mattinata, dopo la lunga notte.
Sto quassù e vedo in pratica scorrere le stesse cose che mi accadono e penso che quassù alla fine non mi può succedere niente, neanche trovare traffico alle 4 del mattino.
Sto quassù e alla fine mi annoio quasi a vedere quel brulicare pieno di piccole storie, vissuti, emozioni. Preferirei essere una di quelle storie, sentire il freddo ed il caldo addosso nello stesso momento.
Paradossi.
Sto quassù e in realtà sto solo sdraiato sul mio letto con la testa sul cuscino a guardare in alto me che viaggio lassù per guardare quello che succede laggiù.
Paradossi.

(Miles Davis, “All Blues”)

L’analisi del voto. 17 gennaio 2013. #giassai n.3

Una piccola nota su un sondaggio di IPR Marketing per il Tg3 di ieri.
Il sondaggio ha scorporato il voto di Camera e Senato che, con l’attuale legge elettorale ed i relativi premi regionali (per il Senato), risulta abbastanza diverso e decisivo per diversi aspetti.

Alla Camera la situazione sarebbe la seguente:

PD 31
SEL 4,0
CENTRO DEMOCRATICO 1,5

TOTALE COALIZIONE BERSANI
36,5

PDL 18,0
FRATELLI D’ITALIA 1,5
LA DESTRA 2,0
LEGA NORD 5,0
ALTRI DI CD (MIR+GRANDE SUD+PID+INTESA POPOLARE) 2,0

TOTALE COALIZIONE BERLUSCONI
28,5

UDC 3,5
FLI 1,5
SCELTA CIVICA CON MONTI 10,0

TOTALE COALIZIONE MONTI
15,0

LISTA INGROIA RIVOLUZIONE CIVILE 4,0
MOVIMENTO 5 STELLE 12,0
FERMARE IL DECLINO 1,0
PANNELLA BONINO 1,5

ALTRI PARTITI 1,5

TOTALE
100,0

ASTENUTI
25,0
INDECISI
15,0

E fin qui, nulla di nuovo. Per quanto possano avere una forbice più o meno alta, quasi tutti i sondaggi rispecchiano questi equilibri. Penso solo che ci siano alcune percentuali da sistemare: Sel secondo me vale il 4,5%, la Lega il 6%, Monti il 9% e ritengo anche che Pd e Pdl alla fine potrebbero coagulare altri voti utili. Inoltre ritengo sovrastimati i dati di “Fratelli D’Italia” e di “Centro Democratico”, che penso arriveranno all’1% massimo. Detto ciò, la distanza tra i tre schieramenti rimane quella: intorno al 36-38% il centrosinistra, 14-15% per il centro montiano e al 27-29% il centrodestra, più i grillini al 12% (io li vedrei intorno al 10%, ma ho sempre sbagliato dandogli meno voti di quelli che prendevano poi alle tornate amministrative).

La parte interessante è quella legata ai sondaggi per il voto al Senato in quattro regioni decisive (che potremmo chiamare, all’americana, gli ”swinging districts”), ovvero Veneto, Lombardia, Campania e Sicilia. In breve: se il cartello di Bersani si afferma per bene in queste regioni, avrà una maggioranza salda, altrimenti al Senato sarà difficile avere una maggioranza letteralmente intesa. Più il centrosinistra conquista queste regioni, più ci sarà un governo stabile (mantenendo alla Camera risultati come quelli precedentemente esposti), più ne vince il centrodestra, più gli equilibri si sposteranno verso un’ingovernabilità pura con maggiore ruolo dei centristi montiani (che fanno il tifo proprio per questo scenario).

IL VOTO IN VENETO

VOTO %
COALIZIONE BERSANI 33,0
COALIZIONE BERLUSCONI 41,0
COALIZIONE MONTI 12,0
ALTRE COALIZIONI 14,0

IL VOTO IN LOMBARDIA

VOTO %
COALIZIONE BERSANI 35,5
COALIZIONE BERLUSCONI 35,0
COALIZIONE MONTI 13,0
ALTRE COALIZIONI 16,5

IL VOTO IN CAMPANIA

VOTO %
COALIZIONE BERSANI 35,0
COALIZIONE BERLUSCONI 32,0
COALIZIONE MONTI 18,0
ALTRE COALIZIONI 15

IL VOTO IN SICILIA

VOTO %
COALIZIONE BERSANI 34
COALIZIONE BERLUSCONI 33,5
COALIZIONE MONTI 13,0
ALTRE COALIZIONI 19,5

Come vedete, la partita è abbastanza aperta.
In Veneto è sicura la vittoria con premio relativo per il centrodestra.
In Lombardia e Sicilia il centrosinistra è avanti mezzo punto, in Campania è a più tre punti percentuali.

Date quindi per scontate le vicende venete e campane (dove in effetti, anche storicamente, un trend di questo tipo è verosimile), rimangono apertissime le sfide in Lombardia e Sicilia. Le regionali hanno fatto vedere che il centrosinistra ha possibilità in Sicilia, ma molti elettori del centrodestra non hanno proprio votato alle ultime amministrative: il successo di Crocetta è infatti ricordato come il successo nel deserto del non voto. In Lombardia, fortino una volta inespugnabile, il centrosinistra ha addirittura vinto la corsa al sindaco di Milano con Pisapia, non proprio uno del Pd.
La giostra è in corsa e il centrosinistra deve aggrapparsi a quei miseri zerovirgola, pena un governo nato male, anche perché fare un 2-2 servirebbe a poco. Per poter riuscire ad avere una maggioranza abbastanza solida si necessita almeno del 3-1.

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